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Come sono finito a farmi un server in casa.

Un po’ di insofferenza per gli abbonamenti, molta curiosità e un MacBook che aveva ancora qualcosa da fare.

Come sono finito a farmi un server in casa.
Dal mio laboratorio.

È cominciata con una curiosità

Da un po’ di tempo mi sono appassionato al self hosting. All’inizio volevo dare alle mie applicazioni un posto dove continuare a lavorare anche quando chiudevo il computer. Poi mi sono ritrovato a voler capire molto di più: dove finiscono i miei dati, quali servizi contattano i dispositivi, come funzionano DNS, tracking e filtri per la pubblicità. Una domanda ne apriva un’altra.

Ho iniziato il laboratorio a gennaio 2026. Nannix è il posto in cui tengo insieme questo percorso: quello che esploro, gli strumenti che mi piace usare e le scelte che cambio quando capisco qualcosa in più. Mi piace poter raccontare anche la parte in cui sto ancora imparando.

Il fastidio per gli abbonamenti

Gli abbonamenti mi sono sempre stati antipatici. Mi pesa l’idea di aggiungere una quota mensile per ogni piccolo pezzo della mia vita digitale e continuare a pagare per accedere a cose mie. Quando un servizio raccoglie anche informazioni sulle mie abitudini, il fastidio aumenta: sto già concedendo qualcosa di prezioso, oltre ai soldi. Vorrei poter capire meglio questo scambio e scegliere quanto accettarne.

Riconosco però l’efficienza che sto comprando: un’app pronta, accessibile ovunque, con persone che si occupano dell’infrastruttura. Quella comodità ha valore. Io sono disposto a dedicare tempo a costruirmene una parte da me, perché nel farlo imparo e posso decidere di più. Il costo si sposta su hardware, corrente, manutenzione e sulle mie ore; per me, una parte di quelle ore è anche un piacere.

Prima guardo, poi provo

YouTube mi ha aperto molte porte. Ho seguito creator italiani e americani; Morrolinux è stato un riferimento per il self hosting e Riccardo Palombo per Linux e le distribuzioni. Mi piace partire dal racconto di qualcuno che usa davvero uno strumento, poi andare nella documentazione e provare a capire se può servire anche a me.

La parte difficile è trovare il tempo per approfondire. Seguire una guida mi fa partire; capire perché una configurazione funziona richiede più pazienza. Provo, confronto idee con altre persone e torno sui passaggi che avevo dato per scontati. Nella biblioteca raccolgo i riferimenti che mi accompagnano e quelli su cui voglio ancora tornare.

Il MacBook che avevo già

Sono partito da un MacBook Air del 2016, con 256 GB di spazio, che era fermo a casa. Mi piaceva l’idea di rimetterlo al lavoro. Prima di cercare il server perfetto volevo vedere cosa riuscivo a fare con quello che avevo: questa macchina mi ha dato un modo concreto di iniziare e dei limiti con cui ragionare.

È senza batteria, quindi dipende completamente dalla corrente. Un blackout lo spegne subito. Prima o poi vorrei migliorare anche questo aspetto, con una batteria o un’alimentazione di riserva e una gestione adatta dello spegnimento. Intanto ho imparato ad avere parecchio rispetto per la presa sotto la scrivania.

Linux Mint, Docker e le scelte che cambiano

Oggi uso Linux Mint e Docker. Avere un’interfaccia grafica mi piaceva e mi aiutava ad avvicinarmi alla macchina, anche se ora lavoro quasi sempre dal terminale. Docker è diventato il modo con cui tengo insieme i servizi e provo nuove applicazioni. Ogni aggiunta mi dà un altro pezzo del sistema da capire.

Adesso valuterei Ubuntu Server per una configurazione più essenziale. La migrazione è ancora nella lista delle cose da fare: devo prepararla e trovare un momento in cui abbia senso toccare qualcosa che funziona. Anche un NAS o un mini PC potrebbero avere un posto in futuro. Per ora preferisco far crescere il laboratorio insieme ai miei bisogni.

Per approfondire

Documentazione e riferimenti

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